Quando lavoriamo,
studiamo o semplicemente prepariamo la lista della spesa o delle cose da fare
nell’arco della giornata, abitualmente, afferriamo una penna e scriviamo una
nota su un post-it o, più facilmente, dovunque ci capiti. Anche a chi, al
giorno d’oggi, è abituato a usare il pc o il telefono per inviare messaggi o
relazioni di lavoro, capita di ricorrere alla scrittura mano, un’abilità che,
acquisita a scuola, diamo per scontata e automatica.
Ma che cos’è davvero la
scrittura?
Attraverso gli studi condotti a cavallo tra il
1800 e il 1900 - per arrivare fino ai giorni nostri – scienziati esperti in
diverse materie (medici, neurologi, psicologi, fisici…) hanno provato che la scrittura a mano è un
prodotto neurofisiopsicologico alla cui realizzazione concorrono tutte
le aree del cervello.[1] Il
cattivo funzionamento anche di una piccola parte del nostro cervello (genetico
o provocato da lesioni, traumi o abusi), compromette l’atto grafico appreso e
automatizzato attraverso il cortex, l’area razionale del cervello. L’intervento
dell’area subcorticale (amigdala e cervelletto), sede dei sentimenti e delle
emozioni, trasforma l’atto grafico in gesto grafico.[2]
Il gesto grafico è unico
e inimitabile in quanto rivelatore delle condizioni psicologiche
dell’individuo, le quali influiscono e modificano la scrittura appresa
scolasticamente e la rendono espressione esclusiva dello scrivente. Nessuno
infatti può imitare quei gesti inconsci che ognuno immette nella scrittura e
che sfuggono al nostro stesso controllo. Si può imitare la forma delle lettere,
l’inclinazione, la dimensione; non si possono imitare certamente la velocità,
la pressione, le variazioni di ritmo e di tensione del tratto che sono strettamente
collegati alla nostra psiche.[3]
Il gesto grafico è
l’oggetto di studio della grafologia che riesce così ad essere un valido
supporto in ogni ambito di applicazione, sia esso giudiziario, scolastico,
orientativo, aziendale.
