Di
De Falco Rosaria

Durante gli anni della mia adolescenza – e parliamo ormai dei lontani anni 80 del novecento – era abitudine, tra amiche, regalarsi, in occasione di qualche anniversario, il “diario segreto” con tanto di chiave e lucchetto a corredo. Creato dalle migliori case editrici in un’infinità di varianti sia romantiche che sportive e semplici, aveva lo scopo di meglio custodire i segreti e le emozioni che quotidianamente la vita ci donava. Così nel tempo si accumulavano pile di diari, quaderni e simili scritti a mano, accuratamente nascosti nei posti più impensabili, dove erano riposti non solo i nostri pensieri, ma anche adesivi, disegni, biglietti dei concerti, fotografie, fiori essiccati e qualsiasi altro oggetto avesse avuto in quella data un’enorme importanza per noi. Che dramma poi se i familiari o chiunque altro fosse riuscito a trovare il prezioso diario e leggere i nostri segreti!
Oggi, in un mondo digitalizzato, si ha l’impressione che la vita e i sentimenti di ciascuno siano pubblici e alla mercè di tutti: attraverso i social siamo tutti amici e condividiamo tutto, senza segreti e spesso anche senza emozioni, almeno apparenti. Scriviamo pagine e pagine di documenti senza toccare una penna, se lo facciamo ci siamo abituati ad usare un impersonale stampatello che rispecchi la chiarezza e uniformità del PC. Addirittura a scuola si lasciano i bambini liberi di scrivere come preferiscono, anche qui ormai a favore di uno stampatello che noi addetti ai lavori definiamo SCRIPT.
Paradossalmente in questo universo di vita condivisa non riusciamo più a riconoscere le nostre emozioni e siamo diventati soli e insensibili, tanto che sempre più spesso abbiamo la necessità di ricorrere a figure professionali che ci aiutino a ritrovarci. Uno degli strumenti oggi maggiormente utilizzato è “la scrittura terapeutica” che consiste nell’impiegare dai 15 ai 20 minuti al giorno, per tre o quattro giorni, scrivendo di una propria esperienza, al fine di comprendere e gestire i disordini emotivi della nostra vita, come ansia, stress o depressione.
Il professore emerito di psicologia presso l'Università del Texas ad Austin James Whiting Pennebaker è stato il pioniere della terapia della scrittura: rivedendo gli studi condotti dagli scienziati russi Lurija e da Vygotsky sulla scrittura dei bambini, ha riconosciuto l’importanza della relazione tra manoscrittura, apprendimento, rielaborazione ed espressione delle proprie emozioni.
Attraverso l’uso della scrittura terapeutica, stiamo assistendo alla graduale ricomparsa del vecchio caro diario scritto a mano della nostra adolescenza: speriamo che esso sia uno stimolo anche al ritorno della scrittura corsiva, prerogativa e vero e proprio motore di trasmissione sia della razionalità che dell’emotività di ciascun essere umano.

Durante gli anni della mia adolescenza – e parliamo ormai dei lontani anni 80 del novecento – era abitudine, tra amiche, regalarsi, in occasione di qualche anniversario, il “diario segreto” con tanto di chiave e lucchetto a corredo. Creato dalle migliori case editrici in un’infinità di varianti sia romantiche che sportive e semplici, aveva lo scopo di meglio custodire i segreti e le emozioni che quotidianamente la vita ci donava. Così nel tempo si accumulavano pile di diari, quaderni e simili scritti a mano, accuratamente nascosti nei posti più impensabili, dove erano riposti non solo i nostri pensieri, ma anche adesivi, disegni, biglietti dei concerti, fotografie, fiori essiccati e qualsiasi altro oggetto avesse avuto in quella data un’enorme importanza per noi. Che dramma poi se i familiari o chiunque altro fosse riuscito a trovare il prezioso diario e leggere i nostri segreti!
Oggi, in un mondo digitalizzato, si ha l’impressione che la vita e i sentimenti di ciascuno siano pubblici e alla mercè di tutti: attraverso i social siamo tutti amici e condividiamo tutto, senza segreti e spesso anche senza emozioni, almeno apparenti. Scriviamo pagine e pagine di documenti senza toccare una penna, se lo facciamo ci siamo abituati ad usare un impersonale stampatello che rispecchi la chiarezza e uniformità del PC. Addirittura a scuola si lasciano i bambini liberi di scrivere come preferiscono, anche qui ormai a favore di uno stampatello che noi addetti ai lavori definiamo SCRIPT.
Paradossalmente in questo universo di vita condivisa non riusciamo più a riconoscere le nostre emozioni e siamo diventati soli e insensibili, tanto che sempre più spesso abbiamo la necessità di ricorrere a figure professionali che ci aiutino a ritrovarci. Uno degli strumenti oggi maggiormente utilizzato è “la scrittura terapeutica” che consiste nell’impiegare dai 15 ai 20 minuti al giorno, per tre o quattro giorni, scrivendo di una propria esperienza, al fine di comprendere e gestire i disordini emotivi della nostra vita, come ansia, stress o depressione.
Il professore emerito di psicologia presso l'Università del Texas ad Austin James Whiting Pennebaker è stato il pioniere della terapia della scrittura: rivedendo gli studi condotti dagli scienziati russi Lurija e da Vygotsky sulla scrittura dei bambini, ha riconosciuto l’importanza della relazione tra manoscrittura, apprendimento, rielaborazione ed espressione delle proprie emozioni.
Attraverso l’uso della scrittura terapeutica, stiamo assistendo alla graduale ricomparsa del vecchio caro diario scritto a mano della nostra adolescenza: speriamo che esso sia uno stimolo anche al ritorno della scrittura corsiva, prerogativa e vero e proprio motore di trasmissione sia della razionalità che dell’emotività di ciascun essere umano.